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La scafarda, la sella Del Frate.

La scafarda (questo termine è di origine incerta. Si può ipotizzare che provenga da scaffare: cadere dall’arcione, per il riferimento a quest’ultimo).

Immagine tratta da Il Cavallo Maremmano tradizionale.

Giuseppe Ponticelli a 16 anni monta Rodeo in doma.

Giornale militare, atto n. 11 del 7 gennaio 1903: denominazione della sella regolamentare per truppe di cavalleria. “Questo ministero ha stabilito che l’attuale sella regolamentare per truppe di cavalleria assuma la denominazione di sella cavalleria modello Del Frate”. Firmato: il Ministro della guerra Ottolenghi.

Questo scarno comunicato sanciva ufficialmente la paternità del colonnello Settimio Del Frate, che aveva proposto i più recenti aggiornamenti della sella. Durante la sua carriera nell’Arma di cavalleria, il colonnello si è dedicato in particolare a perfezionare l’equipaggiamento del cavalleggero, ma il suo capolavoro rimane il perfezionamento della sella che porta il suo nome ed in particolare l’arcione, realizzato così perfettamente da restare ancora oggi insuperato. È infatti concepito in modo da costituire un supporto a due cuscini sottobanda con grande superficie di appoggio, capaci di distribuire uniformemente il peso sulla schiena del cavallo, lasciando al tempo stesso libero il garrese e permettendo così il passaggio dell’aria nella parte superiore della schiena dell’animale.

La sella Del Frate fu ulteriormente modificata nel 1916, quando l’arcione composto di 4 elementi fu sostituito con uno dalla forma immutata ma realizzato con 9 elementi ad incastro. Gli arcioni erano disponibili in diverse misure, da 1 a 4, e nelle versioni S (stretto) e L (largo), che indicavano la lunghezza degli archi e l’inclinazione delle palette dell’arcione. La modifica più rilevante fu però nella sagomatura dei cuscini sottobanda, che vennero allungati nella parte anteriore permettendo alla sella di scivolare maggiormente verso la spalla del cavallo.

Questa bardatura, chiamata anche sella da batteria, è stata concepita per attività belliche, doveva dunque consentire l’affardellamento, grazie anche a bisacce laterali, di tutto il corredo del cavalleggero. Dopo la fine della seconda guerra mondiale la sella della cavalleria è andata in pensione, anche se non ufficialmente. Ma, prima ancora che avesse terminato la carriera militare, ne ha iniziata un’altra, forse ancora più brillante: risale infatti agli anni ’20 il primo approccio dei butteri con questa sella, avvenuto nell’allora Regio Deposito Stalloni dell’Esercito, situato alle porte di Grosseto e dove erano occupati alcuni butteri. Del resto, una sella di tale qualità non poteva non affermarsi: meno professionale e più versatile della sella col pallino, più duratura e confortevole della bardella, la scafarda si situava tra le due anche nel costo.

Ogni selleria ne propose una versione, con modifiche marginali rispetto al modello Del Frate; venne  migliorata la qualità dei materiali, impiegando vacchetta pesante e modificata la realizzazione dei cuscini, in particolare aumentandone l’imbottitura e proteggendone col cuoio la parte più esposta. Sul finire degli anni ’50, poi, venne sostituito il sottopancia a fibbie con quello a giro, ritenuto più sicuro. Questa sella, la cui culla di espansione rimane il grossetano, non si è invece affermata nella Maremma laziale che, del resto, è la patria della bardella, sua grande concorrente. Ciononostante proprio i sellai di Tolfa, noti per le bardelle, propongono oggi una versione della scafarda rivisitata alla maniera laziale: imbottitura di borra anziché di crino vegetale o animale.

Dopo il favore dei butteri, la scafarda sella sembra oggi in grado di guadagnarsi anche quello di un più vasto mercato amatoriale, date le sue qualità che la rendono eccezionale in campagna e nel trekking.

Testo tratto da Associazione Nazionale Allevatori Cavallo di Razza Maremmana.

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5 commenti su “La scafarda, la sella Del Frate.

  1. Interessante! Purtroppo non sono un cavaliere, ma da sempre seguo un po’ il mondo del cavallo e la monta alla buttera mi affascina.

  2. Verissimo, infatti l’Esercito e altri corpi hanno usato la scafarda fino a pochi anni indietro, insuperabile la comodità per cavallo e cavaliere, che la rende utile anche oggi nel trekking in versioni più leggere.

  3. Notizie vere ed interessanti. La scafarda ha ereditato in Toscana la tradizione della buttera col pallino ed oggi è sinonimo di lavoro col bestiame, anche se è in aumento vertiginoso l’uso come sella da diporto e trekking. In definitiva i trekking della cavalleria militare erano veri e propri spostamenti in particolare sicurezza e benessere per cavalcatura e cavalleggero. Un ringraziamento a Giuseppe per quanto divulgato.

  4. Ricevo un contributo da Pier Giorgio Balocchi, che pubblico a suo nome: “La scafarda è un capolavoro… l’ho usata per la Grosseto-Verona, per la transumanza dalla sorgente dell’Arno ad Alberese… viaggi stupendi per me ed il cavallo, ripeto, arte e tecnica italiana al massimo livello”.

  5. La scafarda è oggi, a mio modesto parere, la sella migliore per trekking. Il comfort assoluto per cavallo e cavaliere non ha eguali in nessuna altra sella da campagna. È oggi utilizzata anche per il lavoro con il bestiame, avendo sostituito la sella col “pallino”, da quando le grandi aziende in cui si allevano bovini hanno modificato il metodo di lavoro fatto oggi con il sistema dei “rimessini” senza più “appallinare” il bestiame.

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